E' quasi sera di un giorno di maggio meravigliosamente primaverile.
Che bellezza quest'aria ancora tiepida ! E la luce dorata degli ultimi raggi di sole è magia!
Non ho fretta di rientrare; voglio andare a vedere quel negozio di scarpe in fondo alla via.
Peccato questo fracasso di traffico cittadino, e la gran puzza di marmitte fumanti. Verrebbe da mettersi un panno sulla faccia, o camminare in apnea.
Balconi e terrazzi sono in piena fioritura. Penso a come sarebbe il mio terrazzo, se solo l'avessi.
La vetrina mi propone sandali e scarpe sportive. Non mi è chiaro se siano femminili o maschili, in verità. Troppi lustrini comunque, e tacchi impossibili da sopportare per una intera giornata. Di sera si, si può fare, ma non sto cercando sandali in ogni modo. Vero è che tra un paio di settimane, se questa primavera prodigiosa continua, sarà inevitabile passare ai sandali; oggi però avevo in testa una scarpa diversa. Nulla di fatto, carta di credito a riposo per oggi.
L'autobus non si vede, così proseguo a piedi verso la fermata successiva.
Vetrine allestite ed allettanti con prezzi improponibili per oggetti di fattura sconosciuta. Mi dico: certo, l'abito griffato è uno spreco ed anche una presa in giro (parziale), ma il suo prezzo è giustificato dal fatto che chi lo mette sul mercato ha un nome. Abiti di chissà chi a prezzi esorbitanti, dai tessuti e dai modelli discutibili mi sembrano ancor più un raggiro.
Giungo nei pressi di un piccolo parco giochi, neppure troppo caotico visto l'alto numero di bimbi presenti. E' ordinato, nuovo di zecca. Confina con un basso fabbricato al centro di un giardino cintato. Rallento per vedere le aiuole protette da reti (forse per i piccioni ed i passerotti, penso), i fiori appena piantati, un minuscolo orticello.
Cammino guardando al giardino alla mia destra. Di fronte a me colgo persone in movimento. Volgo lo sguardo in avanti ed il tempo in qualche modo si ferma perchè non capisco.
Due uomini portano una barella a mani. Sulla barella un saccone nero. Nel saccone nero un corpo. Il corpo nel saccone nero è fermato alla barella con tre cinghie strette tanto da farlo sembrare piattissimo.
La fermata dell'autobus è proprio lì, vicino a quel furgone bianco con la scritta "Servizi speciali Comune di Torino".
Il furgone all'interno sembra appartenere ad un venditore ambulante di frutta e verdura. Ci sono cose che non c'entrano nulla con il trasporto di persone. Giusto, questo è un morto, e non è il suo funerale.
Il basso fabbricato ha una targa che leggo velocemente. Non ne ho conservato il ricordo preciso; ha a che fare con la psichiatria.
Il corpo nel sacco nero, legato con le tre cinghie alla barella viene infilato nel furgone, e le porte vengono chiuse. Uno dei due portantini ha una borsa di plastica in mano. Si intravede una sagoma all'interno della borsa che sembra una piccola scarpa, o forse l'ho immaginato io ed è un altro oggetto.
Una volante della polizia è lì posteggiata. Dall'istituto escono diverse persone dai visi distrutti dal pianto.
E' la madre di qualcuno il corpo nel sacco nero. E' deceduta per aver battuto il capo, non so se in terra o in altro modo.
- dove la portate? - chiede una donna che pare far parte dell'organico di quel posto.
- all'Istituto di medicina legale.
Così, non addolcendo nemmeno un po' la perdita improvvisa. Un giro in ospedale su di un'autoambulanza normale, poi il trasferimento all'Istituto di medicina legale sarebbe stato più delicato ed umano.
Mi è tornato in mente che una volta la settimana vengono raccolti presso gli ospedali i corpi dei bimbi nati morti. Credo usino furgoni come quello.
Non nato.
Vita interrotta.
Tutti su quel furgone della frutta.
Ogni giorno è diverso dal precedente.
Io uno uguale ad un altro non l'ho mai vissuto.
Ci si sveglia al mattino, si compiono i rituali soliti, si esce, si va a lavoro, si fa il proprio dovere (più o meno.. dipende dai giorni), si torna a casa, rituali e cena, poi dopocena casalingo fatto di tv o libri o pc, poi il riposo.
Eppure in tanta apparente immobilità tutto si muove, anche se impercettibilmente.
E ci si muove con questo tutto, spesso impercettibilmente.
Questo fa di ogni giorno un giorno unico.
La complessità dei meccanismi della psiche sono un mistero per chiunque.
Quanto poco basti a cambiare un giorno ha dell'incredibile.
Seduta a questa pesante scrivania, appesantita dalle carte e dalle aure pesanti di pesanti personaggi, il fatto di poter ascoltare musica classica su web mi fa sentire in altro luogo.
E l'aria è diversa, e le povere pesanti aure son fuori dalla mia porta.
Ed oggi lavoro di più e meglio, perchè li ho chiusi tutti fuori, almeno per qualche ora!
La bellezza è in molteplici frammenti. Talvolta me ne scordo.
Sono qui:
http://www.cjpx.ca/indexMtl.php


Lei è Nikita, e ieri finalmente ha raggiunto la sua nuova famiglia.
The White Rose è il suo nuovo nome.
Buona fortuna piccola! Mauro e Barbara sapranno cancellare il tuo passato triste.
In effetti dall'ultima volta che ho postato ne son successe di cose!
E' arrivata Gina agli inizi di dicembre, poi l'incidente il 19 gennaio.
Nel mezzo ed oltre, la ricerca dell'equilibrio, nuovamente.
Va bene, mi rialzo e riparto.
Qualche zavorrina però questa volta la mollo per strada, si si.
Ah, ho inserito una messaggeria sulla destra in basso; se non apre finestre o non fa danni, può essere carina per lasciare messaggi, no?
A presto!
La grande luce mediterranea
S’è fusa in pietra di cenere:
Pei vichi antichi e profondi
fragore di vita, gioia intensa e fugace:
Velario d’oro di felicità
È il cielo ove il sole ricchissimo
Lasciò le sue spoglie preziose
E la Città comprende
e s’accende
E la fiamma titilla ed assorbe
I resti magnificenti del sole,
E intesse un sudario d’oblìo
Divino per gli uomini stanchi.
Perdute nel crepuscolo tonante
Ombre di viaggiatori
Vanno per la Superba
Terribili e grotteschi come i ciechi.
Dino Campana, da Genova, in Canti Orfici (1914)
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Quel Giugno splendente, frizzante anticipo estivo, l'alba l'accolse fresca di rugiada.
La voce, la sua voce, la chiamava a sé, finalmente.
Viaggiò a lungo nella memoria, al suono ipnotico del ferro sulle rotaie, arrossendo spesso.
I vicoli stretti le ricordavano Tangeri. Li attraversò avida di volti e di ricordi, cercando odori e suoni conosciuti.
Con passo leggero e mille storie nuove negli occhi, giunse finalmente al molo, e lì aspettò.
Si guardò intorno, in attesa, tremante,
Lo vide venirle incontro mentre ancora le parlava, e confusa si mosse verso di lui.
In fondo, in quel fondo, vide una forma oscura. Ma la voce l'avvolgeva come un manto tiepido, e scaccio quel pensiero dei sensi.
Senza toccarsi si tuffarono nel blu dei profondi abissi, danzando in silenzio tra le meduse d'ogni forma e colore.
In silenzio esplorarono ogni anfratto visibile, e vicini, senza toccarsi mai, percorrevano le rispettive essenze curiosi.
In quel torpore di sensi danzanti dimenticarono d'esser carne, sino a che per errore e per gaiezza si presero per mano.
Un lampo squarciò la bolla d'indaco in cui fluttuavano rinchiusi, e caddero miserevolmente sul selciato ormai freddo.
Il calar della luce incitava al ritorno, e mano nella mano, nuovamente, nel grigio e nel silenzio, s'affrettarono verso l'ultimo raggio di sole.
Stretta a quell'ultimo raggio fece ritorno, ebbra di sensazioni e quieta come non mai.
Udiva la voce, la sua voce, pronunciare il suo nome, tante volte, tante. La udì lontana, sempre più, e le sfiorì il sorriso.
(continua)
E sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
(Pedro Salinas - tratto da "La voce a te dovuta")
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Un giorno nuovo s'aprì alla luce, e l'eco del canto riviveva continuo nel suo silenzio.
Tra le fronde oscure apparve un sentiero. Una voce, la sua voce, la chiamava a sé, e lì s'incamminò.
La voce, la sua voce, la trascinò per ogni dove, in ogni anfratto del sonno e della veglia, oscillante tra sogno e respiro.
Si trovò al cospetto della Cerva Cornuta, meravigliosa creatura le cui corna al sole spendevano come oro; veloce e schiva come il desiderio, il desiderio di andarsene.
E poi a fianco di un condottiero, sulla strada per la battaglia, tra frusciare di foglie degli alberi smosse dall'alito dei suoi cinquecento uomini; lo sguardo ritto verso la danzatrice bianco vestita, scalza, che ondeggia braccia e capelli avanzando nell'acqua.
Intorno, la percezione di uno spirito sottile. Riflessi d'acqua scagliati sulle pareti bianche. Nell'acqua, la veste bianca. Ombre di una luce.
Torpore d'incensi e scricchiolii, di visioni di distese di grano e neri cavalli.
Un ritratto: la giovane martire. Come le somigliava! Quel viso da bambina e donna, donna-bambina, innocente amore, fatta di amare dolce e buono.
I luoghi bui di una grande casa, di fredde stanze e caminetti come armadi. Un quadro di madri sotto ad un tavolo; partoriscono insieme.
La voce, la sua voce, scandiva il non tempo, in ogni istante. Nel pieno della notte, al giungere dell'aurora, ed al tramonto ancora sino al culmine del buio.
(continua)